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giovedì 28 maggio 2015

Kerrino Vibellio, detto Taurea

Il post di oggi lo dedico a un personaggio del quale certamente la maggior parte di voi ha udito poco o niente, e che è stato una scoperta anche per me. Mi riferisco a quel Kerrino (con ortografia latina tramandatoci come Cerrino) Vibellio, detto Taurea, che ho già citato alcune volte e che, sono sicuro, è passato quasi del tutto inavvertito.
Che ne sappiate poco o niente, è cosa ovvia: la storia del Taurea, come quella di Hegeas, viene eclissata da nomi come Annibale, Quinto Fabio Massimo Verrucoso detto il Temporeggiatore, Marco Claudio Marcello e, su tutti, Publio Cornelio Scipione detto Africano. D'altro canto, la Seconda Guerra Punica cancellò di fatto molte nazioni (si pensi a Siracusa e a Capua), e con esse i nomi dei loro eroi: anche questo è uno dei significati del detto “la storia la scrivono i vincitori”.
Dunque cerchiamo di mettere insieme quelle poche tracce che ci restano di quest'uomo che, lo vedremo, a suo tempo fu una celebrità. La fonte pressoché unica di notizie su Kerrino è Livio e, sebbene abbia già espresso più volte la mie cautele nei confronti del padovano, vedremo in chiusura perché ritengo di poterci fidare della sua testimonianza.
Cominciamo dunque col conoscere Kerrino Vibellio, l'ortografia del cui cognomen è anche scritta Jubellius. La prima volta lo incontriamo ad un banchetto a casa dei fratelli Ninnii, soprannominati i celeres (i veloci), l'estate del 216 a.C., subito dopo Canne, insieme a Pacuvio Calavio, il meddiss tuticus capuano dell'anno prima lì convenuto insieme al figlio, e ad Annibale…
Pacuvio aveva sottratto il proprio figlio all'influenza di Magio (altro nobile campano, filoromano), e ora cercò di ottenere il perdono di Annibale per il giovane mediante un'intercessione piuttosto che cercando di discolparsi. Il giovane era stato vinto dalle preghiere e dalle lacrime del padre, che giunse a ordinare che fosse invitato a quel banchetto al quale nessuno era stato ammesso oltre agli anfitrioni e a Vibellio Taurea, un celebre soldato.

[Livio, Ab Urbe Condita, XXIII, 8]

Dunque abbiamo il piacere di conoscere un soldato campano che è talmente importante da essere invitato ad una cena privata con Annibale subito dopo Canne, ovvero quando la gloria del Punico doveva essere al suo apice, alla quale il figlio del massimo magistrato non avrebbe potuto comparire se il padre non avesse forzato la mano.
Ma Livio ritorna su Vibellio e inquadra meglio il personaggio narrando di una sua impresa che, a udirla, sembra presa piuttosto da un romanzo di dame e cavalieri, che da una cronaca romana. Si tratta di un vero e proprio duello a singolar tenzone, con tanto di sfida, cavalli al galoppo e folla acclamante. Sull'esito dello scontro, data la partigianeria di Livio, possiamo forse dubitare, ma sul fatto che questo sia realmente accaduto possiamo nutrire minori riserve.
C'erano molti nobili Campani tra le truppe, tra essi Kerrino Vibellio, detto Taurea. Era un cittadino di Capua, e di gran lunga il miglior soldato della cavalleria Campana, al punto che quendo serviva coi Romani c'era solo un cavaliere romano che godeva di pari reputazione, e costui era Claudio Asello.
Taurea aveva cavalcato a lungo fino agli squadroni del nemico per vedere se poteva incontrare quest'uomo e, quando finalmente vi fu un attimo di silenzio, chiese dove fosse Claudio Asello.
«Egli ha spesso», disse «discusso con me sui nostri rispettivi meriti. Sistemiamo la faccenda con la spada, e se viene sconfitto mi consegni le spolia opima o, se è vincitore, le prenda da me».
Quando ciò fu riportato ad Asello nell'accampamento, quello attese solo fino a quando poté chiedere al console se avrebbe avuto il permesso, contro i regolamenti, di combattere con lo sfidante. Essendogli stato concesso il permesso, egli si armò immediatamente e, cavalcando oltre le sentinelle, chiamò Taurea per nome e gli disse di incontrarlo ovunque a lui piacesse.
I Romani erano già usciti (dall'accampamento) a frotte per vedere il duello, e i Campani non solo si erano posti sulla palizzata del loro accampamento, ma si erano riuniti in gran numero sulle fortificazioni della città.
Dopo un gran scambio di parole ed espressioni di mutua sfida, essi abbassarono le lance e spronarono i cavalli. Giacché c'era molto spazio, continuarono ad evitare i colpi l'uno dell'altro e il combattimento continuò senza che nessuno dei due fosse ferito.
Al che il Campano disse al Romano: «Questa sarà una prova di abilità tra cavalli e non tra cavalieri se non abbandoniamo l'aperto e scendiamo in questa stretta via. Qui non ci sarà spazio per defilarsi, e combatteremo da vicino».
Quasi prima che le parole fossero pronunciate, Claudio saltò col suo cavallo nella via e Taurea, più coraggioso a parole che a fatti, gridò: «Sis, cantharos in fossam»1, e quest'espressione è diventata un detto di contadini.
Dopo aver cavalcato un po' lungo la via, e non avendo trovato alcun avversario, Claudio tornò all'aperto e tornò al campo, dicendo cose ingiuriose sulla codardia dell'avversario.

[Livio, Ab Urbe Condita, XXIII, 46-47]

1 La traduzione della frase ha generato molta critica, perché pare che manchi qualche parola proprio in questo punto o ci sia qualche errore di trascrizione. Il lettore che vorrà leggere la mia personale interpretazione della frase, ritengo non del tutto infondata, potrà farlo nel romanzo Neapolis - I signori dei cavalli.
Il racconto di Livio procede riportando che secondo alcuni Claudio Asello entrò a Capua da una porta e uscì da quella opposta senza che alcuno lo fermasse per la meraviglia. Considerando che l'asse minore della capitale campana non poteva essere inferiore al kilometro, riteniamo che sia più saggio, per noi e per Livio, non riportare per intero queste che sono chiaramente insinuazioni il cui unico scopo è la propaganda.
Perché possiamo credere che l'episodio sia realmente accaduto (seppure non ci pronunciamo sull'esito)? Perché lo stesso Livio fa narrare ancora una volta che esso è accaduto nientemeno che da Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore durante la seduta per l'elezione dei consoli per l'anno seguente (durante la quale lui fu eletto).
Commentando l'esito dello scrutinio della prima centuria chiamata a votare, Fabio cerca di convincere i Romani a scegliere un console capace di tener testa ad Annibale, dunque cita il duello tra Kerrino e Asello:
È stato durante quest'anno che Vibellio Taurea, il migliore dei cavalieri Campani si è scontrato con Asello Claudio, il miglior cavaliere romano, a Capua.

[Livio, Ab Urbe Condita, XXIV, 8]

Che dire? Davvero stiamo leggendo la storia di un uomo del quale non si poteva fare a meno di parlare: invitato a banchetti con Annibale, citato da Quinto Fabio Massimo come il miglior cavaliere campano durante l'elezione dei consoli, che altro?
Ritroviamo Kerrino dopo la resa di Capua, dopo che i capi della rivolta a Roma sono stati uccisi dal proconsole romano.
Proprio mentre Fulvio faceva per lasciare il tribunale, il Capuano Taurea Vibellio avanzò nel mezzo della folla e lo chiamò per nome. Fulvio tornò a sedere, chiedendosi cosa quello volesse. «Ordina che anch'io», gridò, «sia messo a morte, così che tu possa vantarti di aver causato la morte di un uomo più coraggioso di te».
Fulvio disse che l'uomo era certamente uscito di senno, e aggiunse che anche se avesse voluto ucciderlo ciò gli era impedito per decreto del senato.
Al che Vibellio esclamò, «Ora che la mia città natale è stata presa, che i miei amici e parenti sono perduti, mia moglie e i miei figli li ho uccisi di mia propria mano per salvarli dall'insulto e dall'oltraggio (impartiti sugli sconfitti), e siccome mi viene rifiutata anche l'opportunità di morire come i miei compatrioti qui, che io trovi nel coraggio la liberazione dalla vita che mi è diventata odiosa».
Con queste parole estrasse una spada che aveva celato nel suo abito e, piantandosela nel cuore, cadde morto ai piedi del generale.

[Livio, Ab Urbe Condita, XXVI, 15]

La fermezza di Vibellio Taurea, dipinto di Jean-Jacques Lagrenée

La fermezza di Vibellio Taurea, dipinto di Jean-Jacques Lagrenée, 1779.
Fonte: oilpaintingsartmaker.com

Da un punto di vista letterario è forse interessante notare come, con questa morte, Livio abbia voluto concludere l'epopea di Capua: la morte del suo più abile cavaliere di sua propria mano, come a voler dire che fu Capua stessa a decidere della propria sorte sventurata, segna la definitiva caduta, la scomparsa di ogni forza della città ribelle.
Ma non è sospetto che, tra tanti autori dell'antichità, del solo Livio, così pronto a romanzare qualunque evento in chiave romana, ci siano rimasti frammenti che ricordino il nostro? Ebbene, così non è, perché un altro autore ha ricordato il cavaliere capuano, ed è una fonte che non può essere trascurata.
Marco Tullio Cicerone è un nome che, per rigore, non ha bisogno di presentazioni, e che scrive cinquant'anni prima di Livio. Vediamo cos'ha da dirci, mentre si rivolge a Pisone in una sua arringa.
La Seplasia2, in verità, come ho sentito dire, nel momento che ti vide, rifiutò di riconoscerti come il console della Campania. Aveva udito dei Decii, dei Magii, sapeva anche qualcosa di Vibellio Taurea; e se quegli uomini non mostrarono tutta la moderazione che si trova normalmente nei nostri consoli, in ogni occasione c'era una pompa intorno a loro, una magnificenza, c'era un incedere e un portamento degni della Seplasia e di Capua.

[Marco Tullio Cicerone, Contro Pisone, 11]

2 La Seplasia era una via di Capua famosa per i profumieri, praticamente la Via Montenapoleone dei tempi dell'antica Roma.
Decio Magio era il capo della fazione filoromana a Capua durante la Seconda Guerra Punica. Citando Decii e Magii, Cicerone si riferisce dunque ai migliori (dal suo punto di vista) tra i Capuani, e tra essi annovera il nostro.
Quale poteva essere miglior conferma del valore di quest'eroe campano? Perché se anche la sua vita finì come racconta Livio, la sua permanenza nella memoria dei vincitori è il più alto complimento alla memoria di un uomo che lottò per la sua terra, perché un vero eroe è, come in tutta la narrativa greca, anche perseguitato e maledetto dal fato, e spesso soffre una morte tragica, ma non per questo cessa di combattere.
Alla nostra terra basterebbe un pugno d'uomini di questo nerbo ma, coi giorni che furono, pare che anche il sangue si sia estinto.

2 commenti:

  1. Che bello trovare un sito-web cosi' approfondito anche in termini logici. Grazie di esistere!

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  2. Faccio solo quello che è nelle mie possibilità.
    Grazie a te per il tuo apprezzamento!

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