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mercoledì 8 aprile 2015

La cavalleria numidica di Annibale

Non si può parlare della cavalleria romana e denigrarla, per scarsa che fosse la sua consistenza e la sua capacità militare, senza confrontarla con il suo contendente principale, la vera forza con la quale Annibale tenne in scacco le forze di Roma per ben vent'anni: la cavalleria numidica.
Annibale fu un grande generale, certamente studiò bene il suo avversario prima di affrontare la pazza avventura in italia, e individuò tutte le debolezze e i punti forti della potenza romana. Sfruttare le prime e scardinare i secondi fu il suo tentativo, e non fu del tutto colpa sua se non riuscì a condurre a compimento le sue intenzioni.
Ma dedicheremo un altro post a studiare in dettaglio la strategia Annibalica. Oggi ci limiteremo ad analizzare l'arma che diede ad Annibale la supremazia militare per molti anni sui campi di battaglia, e che fece tremare Roma: la cavalleria numidica.
Con la fuga da Tiro nell'VIII sec. a.C. e la fondazione di Cartagine, i futuri dominatori del Mediterraneo si erano isolati in un territorio del quale sapevano solo ciò che i loro traffici avevano permesso di conoscere. I nuovi vicini sarebbero stati amichevoli? Ostili? Dalla loro avevano l'abilità mercantile, il numero era contro di loro.
Non fa meraviglia, dunque, se l'esercito cartaginese fosse tradizionalmente un esercito composto in gran parte da mercenari che sopperivano per denaro alle necessità difensive della città. Tra questi vicini, i numidi erano massimamente versati nella cavalleria.

Le sfere d'influenza romana e cartaginese allo scoppio della Seconda Guerra Punica. Evidentemente, Cartagine poteva contare su milizie di molti Paesi.
Fonte: Wikipedia Commons, con licenza Creative Commons Attribuzione 2.5 (CC-BY-SA-2.5).

La cavalleria numidica non era un'arma pesante: senza armatura, su cavalli piccoli, la sua forza era la rapidità con la quale sferrava attacchi rapidi e precisi, per poi ritirarsi. Armata di giavellotti e protetta solo da piccoli scudi, il suo impiego tradizionale era nelle manovre di guerriglia e diversive. Più di un episodio, infatti, racconta di grossi reparti di cavalleria numidica messi in fuga da più piccoli reparti di cavalleria pesante romana, come accadde nel primo scontro con Publio Cornelio Scipione (il padre dell'Africano) nei pressi del Rodano, già nel 218 a.C.

Tavola raffigurante cavalieri numidi.

Come fece dunque Annibale a rendere questa forza, per sua natura inefficace per gli assedi e di relativamente scarso impatto, tanto determinante per la sua impresa? Rendendo col numero devastanti le caratteristiche di questo corpo.
Mobilità, agilità, velocità. Un corpo di cavalieri capaci di colpire in un istante un obiettivo con potenza impareggiabile e ritirarsi subito dopo senza lasciare all'avversario neanche il tempo di organizzare la risposta, ecco cos'era la cavalleria numidica di Annibale. Vediamone i numeri nelle grandi battaglie:
  • sul Ticino, 3.100 cavalieri tra romani, alleati e 300 Galli e 7.200 veliti furono sconfitti da 6.000 cavalieri (4.000 pesanti e 2.000 leggeri) di Annibale;
  • sul Trebbia, 4.000 cavalieri, 16.000-18.000 fanti romani e 20.000 fanti alleati furono sconfitti da 11.000 cavalieri e 29.000 fanti guidati da Annibale. Fin da qui è chiaro che la macchina da guerra romana si è inceppata contro un ostacolo che non sa masticare, e i numeri parlano da soli;
  • citare il Trasimeno ad esempio è velleitario: più che di uno scontro, possiamo parlare di un'imboscata di dimensioni eccezionali. Ciononostante, i numeri tengono traccia della consistenza dell'esercito cartaginese: 22.000 fanti e 8.000 cavalieri;
  • giungiamo infine a Canne, l'opera maestra di Annibale, dove 86.000 uomini di cui 75.000-80.000 fanti, 2.400 cavalieri romani e 3.600 cavalieri alleati furono annichiliti dai cartaginesi composti da 28.500 uomini di fanteria pesante, 11.500 di fanteria leggera e 10.000 cavalieri.
Ancora più del numero, aiuta a capire la funzione della cavalleria annibalica il resoconto di Canne: Annibale fece aprire sulle ali la cavalleria per accerchiare le forze romane (la cavalleria romana aveva la funzione di proteggere le ali dello schieramento, dunque un compito difensivo) e, volta in fuga la cavalleria avversaria, chiudere alle spalle la fanteria. Per i Romani non c'era più via di scampo.
Ma anche in altri scontri si vede un uso sapiente della cavalleria e della sua mobilità, come il continuo stuzzicare l'avversario con movimenti che lo inducessero ad azioni avventate, come accadde a Mancinus, luogotenente del magister equitum Marco Minucio Rufo, mandato a seguire i movimenti di Annibale che abbandonava la pianura campana sul far dell'autunno nel 217 a.C.
I numidi aggredivano le fattorie, attaccavano e si ritiravano continuamente, e ciò fece ribollire il sangue al zelante ufficiale che si gettò in un'avventato attacco. Non aveva capito che quello era il modo dei Numidi di far uscire allo scoperto eventuali forze nemiche, Mancinus si vide inseguito per più di cinque miglia coi suoi uomini prima di capire che non aveva via di scampo e decidere per l'unica azione di qualche utilità ai Romani: un contrattacco che avrebbe perlomeno segnalato la posizione del nemico a Quinto Fabio Massimo.
Come vedete, Annibale riuscì col numero a rendere temibile un corpo di per sé non eccessivamente pericoloso, e nato per tutt'altro tipo di scontro, probabilmente la rapina alle carovane di mercanti lungo la costa mediterranea dell'Africa.
In Italia, però, c'erano anche altre nazioni capaci di cavalcare, ma dei Campani parleremo nel prossimo post.

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